Giampietro Stocco, nato a Roma nel 1961, giornalista del TGR
RAI per la Liguria. Vive a Genova.
Nel 2003 ha pubblicato il romanzo di fantapolitica noir “Nero italiano”
(Fratelli Frilli editori). Da poco è attivo il suo sito internet www.giampietrostocco.it dove presenta i suoi nuovi romanzi.
Ho letto Nero italiano
con grande divertimento, mentre attraversavo una fase di autentica nausea per il periodo storico rappresentato dal ventennio
e non volevo più saperne.
Da qualche tempo si era iniziato a scriverne usando troppo spesso la parola “ragazzi”;
tutti idealisti, buoni e in buona fede, tutti indifferentemente vittime di un metafisico Destino in un contesto dal quale
era esclusa a priori ogni possibilità di ragionamento e di deduzione logica. Dall’altra parte, una retorica di segno
opposto, dove altri “ragazzi” lottavano titanicamente per il bene essendo stati sempre e fin dall’inizio
nel giusto, senza mai il minimo dubbio.
Invece questo romanzo rompe gli schemi della pedanteria dilagante di chi pretende
di fare l’alka-seltzer della storia, mettendo in scena la sopravvivenza del fascismo, ponendoci di fronte all’interrogativo:
cosa sarebbe successo se?…
Nick: Come giornalista hai una confidenza professionale con la scrittura. E’
stato un vantaggio, nella stesura del primo romanzo, oppure il confronto con la narrativa ti ha imposto regole nuove?
Giampietro:
E’ stato un vantaggio quanto alla velocità dello scrivere. Per ultimare “Nero” ho impiegato circa 4 mesi.
Poi, però, è venuta la fase della “limatura”, che ne ha richiesti altrettanti. Insomma, per portare a termine
un romanzo devi mettere in conto un annetto di lavoro, e tanta fatica.
Nick: Nero italiano si apre su un inquietante
scenario: il fascismo protrattosi fino al 1975, che lotta per sopravvivere a se stesso, mentre la società sta cambiando. Da
dove è arrivata l’ispirazione?
Giampietro: Non nego di avere letto con passione “La svastica sul sole”
di Philip K. Dick e “Fatherland” di Robert Harris. Mi è sempre piaciuto baloccarmi coi “what if?”
e applicarli allo scenario italiano mi intrigava. Poi il nostro Paese si presta, con tutti i suoi misteri e i suoi “omissis”.
Da subito è venuto fuori uno scenario tetro che mi ha preso la mano. Amo moltissimo “Nero”, intendiamoci. Ma se
dovessi ripubblicarlo oggi mi piacerebbe alleggerire alcune parti che ora mi sembrano un po’ angosciose. Ho dovuto lottare
per evitare che Dea del Caos fosse altrettanto cupo.
Nick: Perché in Italia, mentre periodicamente rinascono interminabili
e inutili chiose e polemiche, nessuno aveva mai provato a scrivere una storia immaginaria sulla sopravvivenza del fascismo?
Giampietro:
Non è del tutto esatto. Qualcuno ci ha provato, vedi Farneti e la sua serie “Occidente” e “Attacco all’Occidente”
pubblicata dall’Editrice Nord. Anche se, al contrario del mio eroe, il controverso giornalista Marco Diletti, il trionfante
tribuno fascista Tebaldi di Mario Farneti è un vero superuomo in nero. Ma a parte questo, credo che il problema sia l’approccio
italiano col proprio passato. L’Italia teme di confrontarsi con se stessa. La Destra fascista e la Sinistra comunista
sono in realtà gemelle. Rifiutano questo dato di fatto, ma nascono dallo stesso seme. Poi la Destra fascista degenera nel
mito della razza, la Sinistra comunista in quello dell’ideologia. Entrambe, senza dubbio, si pongono pochi scrupoli
nell’anteporre i propri miti al valore della vita umana. E’ forse qui che nasce l’imbarazzo e il desiderio,
tutto italiano, di nascondere e insabbiare.
Nick: Nel libro emerge il tuo desiderio di fare i conti con determinati
personaggi: Galeazzo Ciano capo del governo, vecchio e rimbambito sta per essere sbalzato fuori da una sorta di virago alla
Maria De Filippi, che forse non a caso si chiama Maria De Carli. Perché in quel ruolo hai resuscitato Ciano e non, ad esempio,
Italo Balbo?
Giampietro: Dài, povera Maria de Carli, non ho pensato mica alla De Filippi creando la mia eroina! Semmai,
la moglie di Costanzo la potevo mettere a capo delle Giovani Italiane! Scherzi a parte, la mia Maria De Carli è forse il prodotto
di un confronto edipico – “Nero” nasce parecchi anni fa, ed è rimasto nel cassetto per parecchio –
e risente di quel tipo di elaborazione inconscia. Quanto a Balbo, se vai bene a leggere la sua storia, capirai che mi intrigava
poco: meglio un fascista crepuscolare e disposto al cambiamento come Ciano che uno a tutto tondo come Balbo. Ma se vai a grattare
il personaggio di Casamassima ci trovi Balbo e anche De Bono, per non parlare di Ettore Muti. Ciano mi era più utile per dipingere
un regime al suo tramonto. O meglio, pronto a essere incenerito dal nuovo astro-Maria De Carli.
Nick: A capo della
sopravvissuta Germania nazista è invece immaginato Albert Speer, forse l’unico, nella tragica congrega dei capi germanici,
di una certa levatura intellettuale. Qualche tempo fa fui colpito, leggendo il settimanale del Sole 24 ore, da un’intervista
al figlio di Speer che, come il padre, è un rinomato architetto ed ha realizzato importanti opere in estremo oriente. Come
spieghi il coinvolgimento, la caduta di persone raffinate e intelligenti in progetti aberranti come quello del nazismo?
Giampietro:
Ci si abitua a tutto. In fondo, Hitler era arrivato al potere per vie legali, aveva risuscitato l’orgoglio e la potenza
tedesche. Tutti in Germania pensavano che Hitler li avrebbe condotti a dominare il mondo. Speer, è vero, era un intellettuale,
ma non era il solo. In fondo al suo cuore, tuttavia, era un mediocre, pronto a omaggiare il suo capo pur di ottenere un risultato.
Quanti intellettuali hanno taciuto pur di non perdere i propri privilegi? Lo stesso osannato Montale, di fronte al fascismo
praticò la “divina indifferenza”. Se ne fregò, in parole povere. E quanto ai nazisti convinti, definiremmo un
caprone Josef Goebbels? Era un genio della comunicazione. E in molti, fra quelli che si travestivano da gerarchi, avevano
gusti raffinati e praticavano le grandi letture e le belle arti. Insomma, non basta la cultura per comprendere le aberrazioni
e combatterle. Occorrono anche le “balle”. E chi non ce l’ha non può improvvisrle.
Nick: Descrivendo Maria De Carli, le attribuisci una scuola ideologica
di integralismo evoliano.
Credo che ci sia su questo punto una contraddizione, perché la metafisica del filosofo a ruote
considera la donna un essere inferiore, subordinato all’uomo e non compatibile con ruoli esterni al focolare domestico,
tanto meno con la leadership politica. Cosa ne pensi?
Giampietro: Osservazione impeccabile. E’ vero, ne ho discusso
a suo tempo con il mio collega Gianfranco De Turris, fascista evoliano, che mi ha sgridato per lo stesso motivo. Però stiamo
attenti. La storia alternativa è dinamica come quella tradizionale. Chi avrebbe impedito alla giovane evoliana Maria De Carli,
ambiziosa promessa di un fascismo al tramonto, di fare il jolly tra le correnti del P.N.F. un po’ come qualche politico
di oggi, pur di rimanere a galla e creare le alleanze necessarie per prevalere? Si nasce democristiani, poi ci si sposta nell’UDEUR,
poi si va col Polo, poi ci si offre all’Ulivo… ;-))) Allo stesso modo la De Carli si forma evoliana, ma nel suo
cuore è e rimane nazista, come altri, nel mondo reale di oggi, sono e rimangono opportunisti…
Nick: Un altro
aspetto del libro che mi ha colpito con forza è stato la descrizione di una Roma costretta al buio dalla crisi petrolifera
dei primi anni ’70 e perciò lugubre e sinistra. E’ una Roma inedita quella che emerge dalle tue pagine, contrastante
con la trita immagine dolcevitesca cui siamo abituati. E’ una faccia di Roma che, da romano, conosci bene, o solo un’invenzione
letteraria?
Giampietro: E’ la mia Roma degli anni ’70, cupa fino all’estremo perché gli eventi le
hanno cucito addosso un vestito di angoscia. E’ la Roma che ho sperimentato quando, tanti anni fa, le BR uccidevano
qualcuno, o qualche ragazzino faceva il tiro a segno coi suoi coetanei come bersaglio. Chi ricorda Acca Larentia sa di cosa
parlo: un commando di minorenni armato di mitra massacra due giovani di destra e l’intera periferia sud di Roma si infiamma.
Il giorno dopo – la strage fu perpetrata il 7 gennaio del 1978, due mesi prima del sequestro-Moro – una manifestazione
di sinistra fu annullata per timore di disordini. E poi, mi sono ispirato ancora alla Roma di via Fani e via Gradoli. Insomma,
è l’atmosfera degli anni di piombo e della crudeltà giustificata dalla mistica ideologica. Letteratura e realtà.
Nick:
Nero italiano ha un seguito: Dea del caos. Suppongo che sia stato il successo del primo romanzo a spingerti verso una seconda
parte. Peraltro, durante la lettura, ho avuto netta la sensazione di una “portabilità” cinematografica piuttosto
buona. Hai ricevuto proposte in questo senso?
Giampietro: Ancora no. Tutto sta a vedere cosa accade con il nuovo romanzo.
Se Dea del Caos, ipotizzo, portasse a una riedizione di “Nero”, mi aspetterei una veste un po’ più curata
da parte dell’editore e un’attenzione pubblicitaria senz’altro maggiore. Se si giocano bene le carte, tutto
è possibile. Ma ci vuole più impegno e più visibilità.
Nick: Tra i tuoi progetti in cantiere ce n’è uno che
trovo di grande interesse: “Pacem Servabo”. Ipotizza la fine precoce di Napoleone Bonaparte, durante la prima
campagna d’Italia nel 1796 e la conseguente sopravvivenza delle monarchie fino ai giorni nostri, con la Repubblica di
Genova viva e vitale. Se questo fosse accaduto davvero, credi ci troveremmo in un mondo migliore o peggiore?
Giampietro:
Un mondo senz’altro diverso. No, non sto eludendo la tua domanda. E’ solo che è dura ipotizzare un mondo dove
i diritti civili sono quelli erosi dalla modernità tecnologica a un impianto filosofico che è ancora quello dell’Ancien
Régime. Non ci sarebbero stati, di sicuro, nazismo e comunismo, e questo, secondo me, sarebbe stato un bene. Tuttavia sarebbe
mancata del tutto la fase della nascita dello stato moderno, e qui ci ricadiamo nel totalitarismo, perché senza Hegel e senza
Kant, il sovrano ambizioso ci mette poco a diventare Ivan il Terribile, oppure semplicemente l’inetto Niki II di Russia
che fa fucilare la folla che protesta. Chissà. Napoleone ci ha regalato Il codice civile e l’ideologia. Doni controversi
come sono quelli di chi la storia la fa e perciò la cambia.
Nick:
In conclusione: so che il tuo primo romanzo è rimasto nel cassetto per molti anni, senza editore. Eppure si legge agevolmente,
è istruttivo e fornisce spunti per eventuali approfondimenti.
Perché, secondo te, in Italia si preferiscono brutte storie
su improbabili servette di Vermeer, polpettoni pseudo-esoterici su codici vinciani, stentati libretti dove lo spessore della
carta su cui sono stampati rimpiazza quello della narrazione? Cosa c’è alla base di questa lobotomia collettiva?
Giampietro:
A me il Codice Da Vinci è piaciuto, però… ;-))) Come pure, scandalo degli scandali, “Io uccido” di Faletti.
Una cosa ti posso dire. Se vai a chiedere a un qualsiasi agente letterario, ti dirà che questo è il genere che vende: il thriller
possibilmente ambientato in un periodo storico con un protagonista illustre. Insomma, non è che io abbia fatto qualcosa di
molto diverso, intendo come impianto generale. Solo che un conto è scrivere un’opera, un altro paio di maniche, ti garantisco,
è pubblicarla. Ci vuole tanta fortuna e un editore coraggioso. Io ho pubblicato senza avere un agente: sono una mosca bianca.
La maggior parte degli esordienti, se non ha personalità, scrive un po’ “sotto dettatura”. Per vendere,
si farebbe di tutto. La lobotomia di cui parli – anche se io non sarei così pessimista – sta nel desiderio dell’evasione,
e dunque magari si preferisce Faletti, perché scrive (benissimo) di un ipotetico serial killer a Montecarlo, mentre Stocco
ci porta a Roma nel ’75 con il fascismo (aiuto, aiuto, ma allora è esistito davvero!) ancora in piedi. Insomma, si vuole
pensare ad altro, magari anche all’assassino che ti squarta, pur di evitare la realtà. Ma detta così è semplicistica.
Si sceglie Faletti perché se Faletti pubblica lo fa con una major e con una campagna pubblicitaria coi controfiocchi. E poi
perché è Faletti di “Minchia signor tenente”. Insomma, siamo un popolo di snob. E chi pubblica, purtroppo, si
deve adeguare.